Strappare lungo i bordi, la serie creata dal fumettista romano Zerocalcare, è forse il prodotto più riuscito dell’animazione italiana degli ultimi anni, in grado di regalare allo spettatore grandi risate e al tempo stesso farlo riflettere.
C’è un tizio qualunque che affronta i problemi della vita di tutti i giorni mentre parla e discute i suoi pensieri con un armadillo gigante antropomorfo: detta così nessuno direbbe che stiamo parlando della serie più vista su Netflix Italia, eppure le cose stanno proprio così. Strappare lungo i bordi, la serie tv partorita dalla mente del fumettista Zerocalcare (al secolo Michele Rech) che fin dal suo annuncio aveva calamitato l’attenzione di molti, ha superato ogni aspettativa e si è rivelata uno dei migliori prodotti made in Italy di sempre.
Un viaggio nel viaggio
Le premesse della trama, su carta, sono sorprendentemente semplici: Zero e i suoi due amici di sempre Sarah e Secco sono in viaggio da Roma con destinazione Biella. Per non fare spoiler verso coloro (speriamo pochi!) che ancora non hanno visto la serie eviteremo qualsiasi riferimento sullo scopo di questa trasferta, punto cardine della narrazione che verrà svelato solo alla fine. Quello che possiamo dire però è che questa cornice serve da trampolino di lancio ad un altro tipo di viaggio.
Un viaggio tutto interiore, che vede Zero ripercorrere la sua vita, fatta di scelte, ricordi e piccoli problemi quotidiani, dall’infanzia all’età adulta ponendosi domande sulla sua identità, sempre affiancato dall’immancabile Armadillo, personificazione della sua coscienza che lo consiglia su come affrontare (o non affrontare) le situazioni in cui si ritrova. Un percorso che alla fine lo porterà a scontrarsi con una realtà con cui fare i conti, capendo che vivere è più difficile che seguire una “linea tratteggiata”.
Risate iperboliche
Diciamoci la verità: con Strappare lungo i bordi si ride tanto e di gusto! Fin dal primo episodio la serie tv ingrana subito la marcia con quelle gag a base di iperboli tipiche dell’artista romano: attraverso dei monologhi interiori tanto divertenti quanto surreali l’autore mette in scena insicurezze, dubbi, disagi e psicosi tragicomiche con un’ironia travolgente e un’onestà disarmante, facendoci allo stesso tempo riflettere e sbellicare dalle risate con tempi comici che la maggior parte dei comici potrebbe invidiare.
Un umorismo sarcastico, spesso tagliente e a volte anche cinico ma questo è Zero: senza filtri, senza censure, senza sconti e pronto a mettere in discussione tutto e tutti a partire dalle (poche) certezze dello stesso protagonista. Il tutto portato avanti da dialoghi incalzanti e frenetici, in cui si alternano termini ricercati e dialetto romanesco. E tra divani di spade, master in lagna social, suore del peso approssimativo di una “piotta e mezza” e drammi esistenziali farciti di cultura pop si ride apertamente e senza riserve: così, de botto.
Segnali di stile
Molti estimatori di Zerocalcare e del suo lavoro avevano paura di come si sarebbe rivelato il passaggio dal fumetto all’animazione, temendo edulcorazioni o una pessima resa. Per fortuna non è avvenuto niente di tutto ciò: ci ritroviamo quindi di fronte ad un’opera adulta, dove sia il tratto che lo stile del fumettista vengono trasposti fedelmente all’interno di un’animazione veramente eccellente, ricca di dettagli, semplice e gradevolissima da vedere.
All’interno dei sei episodi da circa venti minuti l’uno sono poi sparse molte citazioni e easter egg ma, contrariamente alle brutte abitudini di altri, questi elementi non sono il tessuto del racconto ma semplici riferimenti alle altre opere dell’autore. A questo si aggiunge un utilizzo delle musiche estremamente azzeccato, con brani che riescono a sottolineare al meglio ciò che sta accadendo sullo schermo mentre scandiscono il ritmo della narrazione, dando al tutto un piacevole sapore underground.
Intimismo e disagio
Chi già conosce i lavori dell’autore di Rebibbia sa bene dopo le risate arriva quasi sempre il momento più delicato e serio e anche quest’opera non fa eccezione. Nelle varie puntate è palpabile il desiderio di Zero di riuscire ad afferrare un senso, una direzione per il suo vissuto, nell’ironico tentativo di decifrare il mondo che decifrabile non è. Nel parlare di sé quindi l’autore porta a galla tutte quelle riflessioni che denotano la crisi identitaria e a sua volta pure sociale di un’intera generazione.
Pur rispecchiando il sentire di molti, Strappare lungo i bordi resta al tempo stesso un’opera profondamente intima. La rivelazione finale arriva come un pugno allo stomaco e d’improvviso fa capire come tutto quello che è stato raccontato dall’onnipresente voce fuori campo di Zero abbia avuto un senso. Semplicemente, non avevamo ancora messo insieme il quadro completo. C’è tanta ironia, sarcasmo, dissacrazione; ma anche malinconia, riflessione e soprattutto poesia. A partire dal titolo, tanto particolare quanto azzeccato.
In conclusione Strappare lungo i bordi è quello che si può definire un piccolo capolavoro: lontano dall’essere solo semplice divertimento, l’opera di Zerocalcare riesce ad essere un racconto stratificato, intelligente, capace di affrontare tematiche molto dure e umane, personali per l’autore ma allo stesso tempo universali. Una serie tv da vedere assolutamente.
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